Il foglio di cifrematica Milano

  • Grigorij Zejtlin, <i>Amici</i>, 1947, particolare
  • Grigorij Zejtlin, <i>Natura morta<i/>, 1975, particolare

 

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  • Annibale Carracci


    (Bologna, 3 novembre 1560-Roma, 15 luglio 1609)

 

 

I Carracci erano una grande e ampia famiglia di artisti vissuti a Bologna tra il sedicesimo e il diciassettesimo secolo. Organizzati alla stregua di una bottega di artisti, ciascuno si formò secondo i suoi talenti e la sua specialità. Se ne contano vari: da Ludovico al nipote Innocenzo, e poi, ancora, Annibale e Agostino, fino a un Paolo, Franceschino e Antonio.
Alcuni operativi poi anche a Roma.
Con Ludovico, Annibale e Agostino la bottega si trasforma in scuola e poi in Accademia, dei Desiderosi prima, degli Incamminati poi.
Incamminati verso la modernità come sosteneva Agostino, il teorico della famiglia.
L’Accademia fu frequentata non soltanto da artisti, ma anche da scrittori, musicisti, studiosi e scienziati, tra cui Ulisse Aldrovandi Guido Reni, Francesco Albani, Giovanni Lanfranco, il Domenichino, e fu importante in tutta Europa.
Eccellenti maestri nella pittura rinascimentale e barocca, i Carracci riprendono, accrescono, raffinano le tendenze dell’epoca aggiungendo tecnica, scienza e teoria. Vicini alle nuove indicazioni della Controriforma, e al cardinale Gabriele Paleotti che in quell’epoca scrisse uno dei trattati essenziali sulle immagini sacre e profane (ragionandone anche con san Carlo Borromeo, in quegli anni legato pontificio a Bologna), i Carracci lasciano opere straordinarie nelle chiese, nei palazzi, nelle ville di Bologna (palazzo Fava, oggi albergo Baglioni, palazzo Magnani-Salem, palazzo Sampieri-Talon).
Annibale Carracci (Bologna 1560 - Roma 1609) fratello di Agostino e cugino di Ludovico, fu nella sua arte il più sorprendente della famiglia per tecnica, composizione, semplicità e immediatezza della narrazione.
A Parma si formò studiando il Correggio, a Venezia il Veronese e i Bassano. Lontano dal sistema del manierismo riprende la novità rinascimentale e rilegge con libertà i classici dell’antichità con i testi della letteratura giungendo a un suo stile, dove il classico lascia la sua staticità e affronta il movimento, elementi già acquisiti nel dibattito nella sua accademia. Restano molte testimonianze a Bologna e a Roma (Palazzo Farnese), a partire dal 1595.
Tra le opere attribuite a Annibale Carracci, Il mangiatore di fagioli, o Mangiafagioli, esposto nella Galleria di Palazzo Colonna a Roma.
La vicenda dell’attribuzione è molto complessa e controversa, ma sembra, anche se non scientificamente provato e storicamente incongruente, ormai non più messa in discussione la sua paternità.
Noi facciamo una lettura tenendo conto dell’opera e non dell’Autore.

 

01

Il mangiatore di fagioli


opera attribuita a Annibale Carracci
datata 1584-1585 olio su tela, cm 57×68
Galleria di Palazzo Colonna, Roma


Una nota di Fabiola Giancotti

 

 

Una taverna popolare, buia, sbrigativa, angusta. Senza attrattiva. Per un pranzo veloce.
Un uomo. Quasi uno zoom fotografico che esclude tutto il resto d’intorno.
Solo una finestra, da cui si capisce che è giorno. Ma la finestra non rende chiara la stanza. La luce viene da un’altra fonte e disegna l’ombra da sinistra a destra. L’ombra della scodella, del bicchiere, del pane.
Dietro l’uomo, nell’oscurità, non si sa quanti quanti altri avventori siedono nella taverna.
La tavola è imbandita con quanto basta. Unico elemento decorativo, la caraffa di terracotta: sinuosa, colorata, dipinta, opera della mano di un mastro vasaio.
La scodella è colma di fagioli. Poi il pane, i porri appena strappati dalla terra.
Un uomo giovane, incurante del suo aspetto, sembra abbia fretta, forse è di passaggio, non conosce nessuno, ordina una pietanza, quella già pronta.
Non si è tolto neanche il cappello, la fame, l’attesa, poi finalmente il cibo. Fagioli, caldi, saporiti, probabilmente già conditi. Non c’è l’olio sulla tavola. C’è un contorno di verdure, c’è chi dice una frittata, chi qualche foglia di radicchio. L’acqua non serve.
Con la sua mano sinistra tiene d’occhio il pane che mangerà insieme con i fagioli. Il coltello abbandonato sul tavolo forse servirà, forse no.
Comincia a mangiare e qualcuno, o qualcosa, lo interrompe. Un sussulto e parte del boccone si perde nella sorpresa. Che vuole costui? Non c’è posto per un altro commensale. La tavola è piccola, una sola sedia, quanto basta al suo pasto, quanto basta al suo tempo.
Il bicchiere, riempito a metà, davanti alla caraffa, sembra essere stato spostato per fare posto al pranzo. Era un po’ che aspettava e, nell’attesa, aveva già bevuto vino una, due o forse tre volte. Ora finalmente mangia. E mentre compie il sacrosanto rito del nutrimento, cui lungamente si è preparato, qualcosa accade, qualcosa lascia a mezz’aria il braccio destro con un cucchiaio di fagioli che mai placherà la sua fame...
L’uomo è forse un viandante che viene da lontano, se frequentasse abitualmente questo posto, non sarebbe solo, non terrebbe il chiaro cappello sul capo, e indugerebbe nella compagnia, che però qui non c’è.
Nessun elemento che possa far pensare al grottesco o al triviale sulla base del fatto che i fagioli fossero indicati come cibo dei poveri o degli stolti. L’esigenza del pittore di rendere l’eternità di quell’istante non coglie l’uomo nella sua riconoscibilità e nella sua identità, ma nella sorpresa. Istante irripetibile, di cui non c’è né copia né riproduzione.
Annibale Carracci, pittore di bottega formatosi alla scuola del rinascimento e lettore delle opere della classicità, può avere colto questo istante entrando in quella taverna e essere rimasto colpito dalla sorpresa del viandante. Forse era stato proprio il suo ingresso, irruento e rumoroso, a fare sussultare un uomo in procinto di mangiare i suoi fagioli. E il pittore si è provato, con la sua arte, a imprimere questo sconcerto su tela.
Si racconta, infatti, che Annibale, schivo di ogni regola, anche della pittura, quando comparve il complesso scultoreo del Laocoonte, esempio di arte per pittori e scultori, pur non volendo convertirsi a un nuovo classicismo — lui espertissimo del primo e più antico racconto dell’antichità —, un giorno, sfidando i più esperti imitatori, l’abbia disegnato a memoria, e nella precisione più assoluta.
Il mangiatore di fagioli, che sia un’opera di Annibale Carracci o di altri, è la scrittura dell’istante.
Non è manierista né barocca. Non è stilisticamente vicina a nessuno dei pittori conosciuti dell’epoca dei Carracci. Lo stesso Annibale, contemporaneo di Caravaggio, non riprende i tratti i colori, le luci e le ombre, le definizioni di Caravaggio. E quest’opera non ha nulla di caravaggesco e non può essere accostata neanche alla Macelleria, un’altra tela attribuita allo stesso Carracci.
È un ritratto. Nella sua particolarità. Non ha confronti. Non è una scena di genere. Nessun personaggio, nessuna indegnità. Sembra un’opera più tarda, lontana dai fasti del rinascimento e del barocco, ma anche del manierismo. I critici non sono tutti d’accordo sull’attribuzione. Se ne ha notizia a partire dal XVIII secolo, negli anni in cui era attivo anche il Pitocchetto, pittore, appunto, di poveri, vagabondi, contadini.Qualcuno, alla fine, trova la firma di Annibale. Ma, all’epoca, non sempre le opere riportavano il nome dell’Autore.

 

Milano, 19 aprile 2016
© Riproduzione riservata - Fabiola Giancotti-ilclubdimilano@gmail.com

 

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