Il foglio di cifrematica Milano

  • Grigorij Zejtlin, <i>Amici</i>, 1947, particolare
  • Grigorij Zejtlin, <i>Natura morta<i/>, 1975, particolare

 

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  • Vincent van Gogh


  • (Zundert,1853-Auvers-sur-Oise 1890)

 

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Campo di grano con corvi

di Vincent van Gogh


una nota di Fabiola Giancotti


 

D’estate. Siamo a luglio. La calura del nord della Francia è intensa. Poco prima della mietitura, un temporale in lontananza, un tuono, e quei corvi, nascosti nel campo per nutrirsi o per ripararsi dalla calura, fuggono, volano via, lontano. Il tuono raggiunge Van Gogh, uno squarcio anche per lui. È mezzogiorno, non si vedono i lampi, si avvertono però fortissimi i tuoni d’estate. Il cielo è nero, e lo scroscio della pioggia sarà intenso e breve.
Il vento, che viene dal cielo, porta le nuvole spingendole da una parte e il grano, quando torna il vento, s’inchina dall’altra. I corvi vengono verso l’artista, poi si accorgono di lui e virano a destra. Un altro rumore, proveniente dalla parte di chi guarda, li avrebbe diretti dalla parte opposta. Il pericolo allontana gli uccelli, non li attira. Un colpo di pistola avrebbe dato un’altra direzione. Da dove viene dunque il pericolo?
Il cielo nuvoloso, prima assolato dal caldo e dal sole, le nuvole bianche, innocue, e quelle nere, che giungono all’improvviso nel repentino cambio d’orizzonte.
Occorre l’urgenza per dipingere l’istante nella sua eternità, perché pensare di significarlo e perderlo per sempre? Perché attribuire alla paura di un povero pazzo, l’invenzione di questa opera? Piacevano a Van Gogh questi fenomeni della campagna, di quella che lui chiama natura. “Qui il pennello scorre fra le mie dita come se fosse un archetto di violino”, ecco l’urgenza. Ecco come coglierla.
Solitudine e disperazione estreme: quale altro modo? Paura della morte? Qui non si percepisce. C’è il contrasto, c’è il due, il cielo e la terra colorata di giallo. In mezzo, la strada e due sentieri. Non la “triplice diramazione”. La strada non si dirama, non si divide, non si doppia né si triplica. La strada, e due sentieri. La via. Quella di cui non si ha conoscenza. Quella che non ha né inizio né fine. Quale speciale parabola dipinta in questa opera. Non si vede né l’inizio né la fine della strada e dei sentieri: sapeva Van Gogh cosa stava facendo? Pensava forse che questo quadro avrebbe fatto capire ai posteri e ai poveri commentatori quello che lui voleva significare? Non credo. Poiché qui non c’è nessuna intenzione, nessuna riserva, nessuna manifestazione interiore.
Nulla si lascia dipingere a metà, nulla è incompiuto nell’opera: né il colore né la via, né il cielo né la terra, né i corvi né la vita. La pittura, come la scrittura, trova la violenza, lo squarcio, la superficie. Il rischio: inassumibile, incondivisibile, insignificabile. Scrive Van Gogh: “Ebbene, nel mio lavoro ci rischio la vita”, non la morte, quella cercata e professata dai “mercanti di uomini”.
Ognuno vuole vedere in questa strada, che si perde nel campo di grano, una strada senza uscita. Senza uscita: come è possibile uscire dalla strada? O sapere che è lì che finisce? La strada di Van Gogh non ha sbarramento, non ha muri, non ha cancelli che ne impediscano il proseguimento. Non ha pedaggio. Dove i critici la sbarrano? E perché attribuiscono a Van Gogh questo sbarramento?
Nessuno stato. Nessun presentimento. Nessun presagio. Nessun pregiudizio su quanto accade. Il cielo azzurro non è il bene, il cielo nero, mentre avanza la tempesta, non è il male. Il sole del giorno non è il bene, il buio della notte non è il male. I passerotti non sono il bene, i corvi non sono il male. La follia di Van Gogh è quella di non dare nulla per scontato, di non pensare secondo i luoghi comuni, di non adattarsi alle convenzioni, di non prestarsi a nessuna interpretazione.
Egli è parte di quella natura, poteva disprezzare i corvi? D’altronde, sono i corvi i custodi dei campi di grano, e non solo in Francia. Sono lì, come la vita e la morte. Il commentatore dovrà occuparsi di dire quali sono le cose buone e quali quelle cattive. L’artista trarrà le cose nella sua opera senza giudicarle, senza scartarle, senza conoscerle, senza capirle.
Quest’opera non è in preda alla sventura, al male, al presentimento della fine. Come non lo è l’artista che l’ha dipinta. Il grottesco simbolismo attribuito è lontanissimo dalla scrittura dell’istante che la caratterizza.
Nessun segreto, e dunque nessuna rivelazione. L’epoca vuole l’artista facile, l’arte lo getta contro l’uditore: indefinibile e incomprensibile. Con la sua piega e la sua divisione. Il dipinto risulta straniante e intoccabile. A tratti se ne coglie un dettaglio, che giunge alla comunicazione solo come quando ci si prova a raccontarlo come un sogno, con i contorni che sfumano, che fuggono. Imprendibili e indefinibili.
Akira Kurosawa, regista di film che raccontano la cultura giapponese vorrebbe restituire quest’opera con un episodio della pellicola dal titolo appunto Sogni (1990). Ma lo ingabbia nell’interpretazione, lo contiene nella paura della morte. Gli nega la sessualità. Gli attribuisce un soggetto, vestito da samurai, che non c’è, e che disturba, al suo passaggio, l’invisibile e discreta fauna corvina che tinge di nero un cielo completamente azzurro. Neanche Martin Scorsese, nei panni di Vincent, toglie il pittore dal personaggio che cerca di capire.
 
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Akira Kurosawa, Sogni, 1990
Vincent Van Gogh, nato a Zundert (Olanda) il 30 marzo 1853 muore a 37 anni nella piccola città di Auvers-sur-Oise, dove forse aveva trovato un amico, il 29 luglio 1890. Nel corso del suo viaggio, destinato a una carriera di predicatore, ha avuto l’occasione di scontrarsi prima con la rigidità del purismo protestante, poi con l’epoca illuministico romantica di “mercanti di uomini” sordi e ciechi incapaci di cogliere ricerca e novità nelle sue opere. Tanto da non rischiare mai di acquistare neanche uno dei suoi quadri. La vicenda con il fratello Theo, più giovane di lui di qualche anno, ci istituisce la scrittura di questa inquietudine. Ma nemmeno Theo riesce a intendere la portata dell’ingegno di Vincent, e crede che i quadri siano alla stregua del sistema dell’arte che non li vuole, non li accetta. I contemporanei li avvertono come pericolo. Vincent andrà incontro a un incidente di percorso. Ma non sappiamo nulla dei suoi ultimi giorni, e nessuno può certificare un improbabile suicidio. Theo, morirà, forse per malattia, sei mesi dopo. La fortuna postuma delle opere di Vincent Van Gogh, dopo anni di lavoro intenso, di raccolta di documenti e di materiali, la dobbiamo a Johanna Bonger (Amsterdam, 1862-Laren, 1925), moglie di Theo. Nel Novecento, Van Gogh è a completo appannaggio di critici, storici, filosofi, psichiatri che, con pettegolezzi, interpretazioni, e commenti, tentano di togliere dall’opera l’arte,l’equivoco, il malinteso. In breve, la scrittura dell’esperienza di Van Gogh. Perciò, la restituzione dell’opera, completamente assente nel Novecento, comincia ora. Leggendo.
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Akira Kurosawa, Sogni, 1990

Milano, 20 giugno 2016
L'arte e la libertà della parola


I.1 Il viaggio: da dove veniamo dove andiamo. Van Gogh e Gauguin,
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