Il foglio di cifrematica Milano

  • Grigorij Zejtlin, <i>Amici</i>, 1947, particolare
  • Grigorij Zejtlin, <i>Natura morta<i/>, 1975, particolare

 

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Andy Warhol: la Factory e Elvis Presley

New York 1962-1968


una nota di Fabiola Giancotti

 

 




Andy Warhol, nome d’arte elaborato da Andrew Warhola, nasce a Pittsburgh, Pennsylvania, il 6 agosto 1928. Sono gli anni della grande depressione americana. Trasferitosi dalla Slovacchia, suo padre tiene il posto nella miniera di carbone, mentre sua madre alimenta e trasmette il rito cattolico bizantino di antica tradizione rutena. La Rutenia, oggi una regione dell’Ucraina, ai confini con Ungheria e Slovacchia, adottò questo rito fin dai tempi di Cirillo e Metodio, per poi sopravvivere clandestinamente con il regime sovietico. A Pittsburgh, la formazione avveniva nella chiesa di San Giovanni Crisostomo, e lo scenario era quello colorato e iconografico dei motivi di Bisanzio. Il padre muore prestissimo.
Di pelle chiara, tanto da perdere completamente, a otto anni, la pigmentazione, esile e restio a amicizie e compagnie, Andrew si accorge di dovere “sottoporsi a un trattamento psichiatrico” a causa di tre attacchi, adolescente e in prossimità delle vacanze, di ciò che chiama il “ballo di San Vito”. Quello che s’insinua come male psichico e che lo porterà per tutta la vita in vari studi di psichiatria, dallo stesso Warhol viene giustificato come presenza o mancanza di “sostanze chimiche” e conseguenti reazioni. Il carattere, la pelle, la tendenza a stare da soli, l’assenza di desideri, di sessualità, di pensiero, di compagnia... sono tutte combinazioni di sostanze chimiche supportate e “corrette” da altre sostanze chimiche. Il rivoluzionario Warhol gestisce le sue sostanze chimiche, di uso comune nell’America fra gli anni cinquanta e gli anni sessanta. Eppure sarà proprio questa la materia su cui baserà la sua esperienza e la sua scrittura come artista, dando occasione a molti di constatare l’impossibile padronanza delle cose. “Chi mi piace veramente sono i parlatori. Trovo i buoni parlatori bellissimi, perché amo le belle chiacchierate. [...] I parlatori fanno qualcosa, le bellezze (i belli) sono qualcosa. È più divertente stare con chi fa”.

 

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Il trasferimento a New York (1949), dopo il diploma alla scuola grafica, la convivenza forzata in piccole camere in affitto, con molte persone (in un caso perfino in diciassette), scarafaggi e disagi di ogni genere. Trova la via come pubblicitario, e inventa straordinari modi della riuscita commerciale di lavori su commissione. Celebri le sue campagne con le Scarpe Miller (1955), le bottiglie della Coca-Cola, la zuppa Campbell. Vicinissimo agli artisti della Pop art — grande ammirazione per Marcel Duchamp e per i suoi ready made, rigido con Roy Lichtenstein, amico e interlocutore di Josef Beuys, rappresenta la Pop art anche con le sue varianti che generano e degenerano negli -ismi. Popism è una sua formula che gli serve per raccontare quanto avviene in America in quegli anni. “L’idea di America è meravigliosa: più una cosa è uguale più è americana”. TV, media, stereotipi, mode e personaggi: ecco la creazione del tipo americano. “In America tutto comincia con uno stato d’animo”.

 

 

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“Negli anni seguenti alla decisione di essere un solitario, divenni sempre più popolare e mi trovai con sempre più amici. Professionalmente mi andava bene. Avevo il mio studio e alcune persone che lavoravano per me, e si creò una tale intesa che in effetti loro vivevano nel mio studio. Notte e giorno. Amici di amici. Maria Callas sul piatto del giradischi. Molti specchi e molta carta argentata. È di quel periodo la mia dichiarazione sulla Pop art, e avevo quindi molto lavoro, un mucchio di tele da preparare. Lavoravo dalle dieci di mattina alle dieci di sera, abitualmente, andavo a casa, a dormire e tornavo la mattina, ma quando tornavo ci trovavo ancora la stessa gente che avevo lasciato la sera prima e che andava ancora forte.... È quando mi accorsi di quanto può essere matta la gente. Una ragazza s’infilò nell’ascensore e non se ne volle andare per una settimana finché si rifiutarono di portarle dell’altra Coca-Cola. Non sapevo che farmene dell’insieme. Dal momento che pagavo l’affitto dello studio, supponevo che in realtà l’insieme dello studio fosse mio, ma non chiedetemi spiegazioni, non sono mai riuscito a cavarci un gran che” (La filosofia di A. Warhol).

 

Già attiva dal ‘62, con una grande festa, Andy Warhol inaugura la Factory Il 28 gennaio 1964, uno spazio ampio, trenta metri per dodici (360mq), al quinto piano, mille dollari l’anno di affitto, una vecchia fabbrica per cappelli, in disuso, da ristrutturare.

 

“La posizione era magnifica: 47esima strada sulla 3thAvenue. Vedevamo continuamente dimostranti di tutti i generi diretti alle Nazioni Unite. Una volta passò il Papa per la 47esima per andare a Saint Patrick. E una volta ci passò anche Kruscev. Gente famosa aveva cominciato a frequentare lo studio per mettere il naso nelle feste, gente come Keruac, Ginsberg, Fonda e Hopper, Barnett Newman, Judy Garland, i Rolling Stones [...]. Sembrava che cominciasse tutto allora”.

 

Andy Warhol viveva al secondo piano di quell’edificio, con la TV. Con la TV la storia cominciò fin dagli anni cinquanta, ne aveva quattro in camera con “cui giocare contemporaneamente”. Ma solo

 

“l’acquisto del registratore ha posto fine a qualsiasi tipo di vita emotiva potessi avere [..]. Niente più era un problema perché l’unico problema poteva essere quello di avere un buon nastro, e quando l’unico problema è un buon nastro non è più un problema. Un problema interessante era un nastro interessante. Tutti lo sapevano e recitavano per il nastro. Non si poteva dire quali problemi fossero reali e quali fossero eccessivi per il nastro. Meglio ancora, la gente che veniva a raccontarti i suoi problemi non poteva più dire se si trattava di problemi reali o se era solo una recita”.

 

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La Factory avrà come arredatore Billy Name, assistente e fotografo di Warhol:

“Ricoprì i muri che si sgretolavano e le tubature con diverse qualità di carta d’argento. Comprò bidoni di vernice d’argento e la spruzzò dappertutto fin sulla tazza del water”.


Era il colore di Warhol, la sua pelle, la sua casa, gli specchi, il cinema, lo spazio, il prezioso metallo. Il colore dei capelli. La Silver Factory si identifica con l’argentato colore della chioma di Andy Warhol. Qui lavora, alcuni collaborano, alcuni inventano, alcuni propongono, alcuni guardano. La Factory è aperta giorno e notte non viene mai chiusa. Alcuni sembra vivano lì, altri sull’onda della notorietà vanno e vengono, portano amici e conoscenti. Scrittori, poeti, musicisti passano per, probabilmente, lasciare un loro contributo, altri cercano un riconoscimento dal solo artista che ritengono possa darlo: Andy Warhol. Factory, bottega, atelier, studio: chiunque può aggirarsi in questa fabbrica di arte, ciò che importa è il riconoscimento. Warhol è incuriosito da ciascuno che passasse da lì purché lo aiutasse a completare il suo lavoro e gli desse degli spunti per una foto, un film, una canzone, una copertina. Ragazzi ricchi, e poveri, giovani bellissimi e artisti più o meno affermati, quelli della Factory, che, accanto agli amici, notissimi, di Warhol, contribuivano alla diffusione del mito, e alla creazione di varie mitologie.
Galleria e laboratorio delle opere di Warhol, il lavoro che si svolge nella Factory consiste nella produzione di serigrafie (quelle delle sue opere, fotografie rielaborate e prodotte nella serie) e nell’invenzione di nuovi dispositivi. Registratore, telecamera, polaroid e persone sono strumenti e protagonisti di questo palcoscenico. La scenografia non è mai la stessa, la coreografia non è mai preparata, le riprese non sono tagliate e nessun film di Warhol passerà per il montaggio.

 

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Ma non c’è prototipo, neanche nella serie di serigrafie. I concetti di originale e di unicità trovano altre elaborazioni. Il procedimento è complesso: Warhol fotografa un oggetto o una persona, o trae ispirazione da un articolo di giornale, sviluppa la diapositiva, che proietta su una tela bianca, ricalca l’immagine prima a matita dopo con colori acrilici o industriali, poi la replica, più volte, e procede alla stampa con la tecnica della serigrafia, che gli permette di fare quante copie vuole. Ma poiché il procedimento di stampa serigrafico occorre che proceda con attenzione e ha vari passaggi di impressione, anche la singola serigrafia non è mai perfettamente uguale all’altra. Tutto questo lavoro si svolgeva nella Factory. Veniva fatto da ciascuno, sempre con la supervisione di un tecnico, ma non era difficile che chi vi entrava per la prima volta potesse collaborare anche per un giorno.
Chi descrive, pur con filmati, documenti, scritti, testimonianze, quanto avveniva alla Factory, riprende Worhol come “guru”, indica i frequentatori e i collaboratori come “entourage”, riferisce di “spasmodiche” ricerche di qualcosa (in genere di compagnia), si domanda e svolge nei modi più fantasiosi la questione dei soldi, delle droghe, della dipendenza, più volte del plagio di soggetti cosiddetti incapaci, folli, e con problematiche quasi sempre familiari. Oppure lo rimproveravano “di plagiare i media quando fornivo contemporaneamente ai giornali storie diverse della mia vita”. Del personaggio Warhol chiunque ne ha fatto una versione, quella più appropriata, riconoscibile e comprensibile a chi ne parla.

 

“Se volete sapere tutto su Andy Warhol basta guardare alla superficie dei miei dipinti e di me stesso: io sono lì. Non c’è niente dietro”.

 

La “Andy Warhol Enterprices” viene fondata nel 1957 per la produzione e la commercializzazione delle sue opere. Fino al 1968

 

consisteva in poche persone che lavoravano per me con una certa continuità. Di molti indipendenti che lavoravano su soggetti specifici, e di molte superstar o iperstar, o comunque si voglia chiamare la gente molto dotata, ma di un talento che è difficile definire ed impossibile commercializzare. Era questo in quei giorni lo staff di Andy Warhol. Un intervistatore mi ha fatto una volta molte domande su come dirigo l’ufficio, ed io ho cercato di spiegarli come non sia veramente io a dirigere l’ufficio, ma lui a dirigere me.

 

Nella fabbrica, in questa fabbrica neworkese degli anni sessanta, laboratorio, ufficio, studio aperto alle inquietudini di giovani con varie impostazioni sociali, in un momento di trasformazione in tutto il mondo, con esigenze culturali che i decenni precedenti non sono stati in grado di produrre, Andy Warhol, anche lui viaggiatore e spettatore, lascia fare e lascia pensare. La varietà e la quantità di persone che cercano, che vogliono e spesso pretendono di trovare, nell’esperienza della Factory, un Andy Warhol interlocutore in carne e ossa restano delusi dalla sua sfuggevolezza. Senza strumenti culturali e clinici, l’artista Andy Warhol non tenta nessuna conversazione. Si accorge però che

alcune aziende erano recentemente interessate all’acquisto della mia “aura”. Non volevano i miei prodotti. Continuavano a dirmi: Vogliamo la tua “aura”. Non sono mai riuscito che cosa volessero. Ma sarebbero stati disposti a pagare un sacco di soldi per averla. Ho pensato allora che se qualcuno fosse stato disposto a pagare tanto, avrei dovuto provare a immaginarmi che cosa fosse. Penso che l’aura sia qualcosa che solo gli altri possono vedere, e ne vedono solo quel tanto che ne possono vedere. Sta solo negli occhi degli altri.

 

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L’aura sarebbe al posto della conoscenza? Può essere gestita, venduta, padroneggiata, tolta, confermata? Si disegna con il brusio, con il rumore perpetuo, e se attribuita al soggetto lo rende capace di trasformare tutto quello che tocca in oro?
Vari frequentatori della Factory avranno modo di orbitare intorno a Warhol, imprendibile quanto l’aura che lo contempla. Alcuni episodi avranno risvolti tragici. La sostanza in cui Edie Sedgwick (la giovane attrice di molti suoi film, superstar, ricchissima e poi abbandonata dalla famiglia) precipita morendo giovanissima. La mancata accoglienza di un’opera teatrale di una femminista (Valerie Solanas) gli procura l’attentato che lo ferisce gravemente con tre colpi di pistola, due giorni dopo l’assassinio di Bob Kennedy, nel 1968. Vari processi per uso dell’immagine da parte di alcuni attori che frequentavano la Factory e che lamentano di non essere stati pagati. Molte testimonianze postume di frequentatori marginali che credono di svelare il segreto di tanta notorietà e della diffusione mondiale delle sue opere.
Oggi, opere di Andy Warhol sono battute all’asta per decine di milioni di dollari.

 

 

Endy Warhol (1928-1987) e Elvis Presley (1935-1977). Il mito di Elvis negli sessanta è planetario. Compare per la prima volta nell’opera di Warhol nel 1962. L’immagine di Elvis è tratta da una foto di scena del film Flaming star (Stella di fuoco) del 1960 un western del regista Don Siegel (Fuga da Alcatraz). Nel 1963, Warhol realizza una serie di 22 pezzi dedicati a Elvis, per una mostra a Los Angeles. Elvis è figurato vestito da cawboy e con una pistola in mano. Elvis attore, che mostra l’intera sua figura, al posto di Elvis musicista con la chitarra che ne avrebbe coperto una parte. Il procedimento riproduttivo è quello serigrafico su tela con vernice di alluminio. Fin dall’immagine singola l’effetto, quasi legnoso nella foto di scena del film, privato dai colori, con le sfumature grigio argento dell’alluminio riporta immediatamente all’effetto dei fotogrammi filmici e al dinamismo futurista di Boccioni e di Balla. Ciò che è sovrapposto nella stampa con il procedimento serigrafico della distribuzione del colore diventa aereo, sottile, effetto dissolvenza che già il cinema aveva elaborato da tempo. I dettagli restano nella loro precisa incisione: pieghe, posa, particolari. Immagine fissa e movimento. Quello che non sperimenta nei film, Warhol lo applica nella riproduzione fotografica, cioè il montaggio (e i suoi film hanno le caratteristiche della fotografia: ore di ripresa di un’immagine che propone l’istante, non il movimento).
Elvis, sul quadro, è l’icona di un guerriero in atto di puntare la sua arma verso lo spettatore. Pasolini ne fa una lettura quasi religiosa, e dice che Warhol produce immagini come i bizantini: frontali e seriali. Come l’iconostasi della chiesa di San Giovanni Crisostomo a Pittsburgh. C’è una tela di undici metri dove Elvis è riprodotto sedici volte. Nessun riferimento erotico o omosessuale. L’immagine si dissolve o si riproduce, il colpo d’occhio, in una mostra che espone solo gli Elvis, sono i sessanta fotogrammi al secondo del cinema. Il mito popolare di Elvis nel tocco di Warhol produce, mentre Elvis si propone al mondo come superstar, un impossibile contatto, e, dopo, un impossibile fermo immagine.
Il confronto con la foto di scena e l’elaborazione dell’artista pop Andy Warhol posiziona Elvis non più sul manifesto cinematografico, ma nell’infinita serie dell’uno che si divide da sé, piuttosto che moltiplicarsi. Che è differente da sé piuttosto che confermarsi nell’identità.

 

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Elvis entra con forza nella Factory di Andy Warhol. Per l’aspetto artistico e quello commerciale. Un Triple Elvis sarà venduto da Cristie’s a 81 milioni di dollari (65 milioni di euro) nel 2014.

 

La Business Art è il gradino subito dopo l’arte. Io ho cominciato come artista commerciale e voglio finire come artista del business. Voglio essere un Business Man dell’arte o un artista del business. Essere bravi negli affari è la forma d’arte più affascinante... fare soldi è un’arte, fare buoni affari e la migliore forma d’arte.

 

Elvis, mito della musica pop americana degli anni sessanta è proposto da Andy Warhol come immagine acustica e cinetica. Accanto a lui saranno esposti notissime superstar di musica pop di quegli anni altri che Warhol in un fotogramma nella serie. Ritratti colorati o no.
Un accenno al gruppo Velvet Undegraund. Warhol disegna la copertina del loro primo album, una copertina che resterà nella storia del pop art oltre che della musica pop. Si tratta di una banana gialla, le cui suggestioni sono differenti e varie, e comunque di grande impatto. Lou Redd, autore e solista, e Nico, la cantante, frequenteranno per un po’ la Factory. La notorietà del gruppo non sarà immediata, ma dopo qualche tempo, sarà impressionante.
Nella leggenda di Andy Warhol è entrata anche la rivista “Interview” fondata nel 1969 con John Wilcock e Gerard Malanga. Poi i colori e la serie infinita di ritratti consolideranno stelle già grandi nel firmamento ma ancora più vicine al pubblico della Pop art. Citiamo John Lennon (1940-1980) e i Beatles, Jimi Hendrix (1942-1970), Jim Morrison (1943-1971) e i The Door, Michael Jackson (1958-2009), Prince (1958-2016), e tanti altri...

 

Milano, 11 luglio 2016 © Riproduzione riservata

Fabiola Giancotti ilclubdimilano@gmail.com

 


 
 
 




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