Il foglio di cifrematica Milano

  • Grigorij Zejtlin, <i>Amici</i>, 1947, particolare
  • Grigorij Zejtlin, <i>Natura morta<i/>, 1975, particolare

 

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Ritratto di Alessandro Manzoni di Francesco Hayez

1841


una nota di Fabiola Giancotti

 

 

 

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Giulia Beccaria (Milano 1762-1841)
con Alessandro bambino
(ritratto di Andrea Appiani)

 

 

 

Il contesto


Il 20 ottobre 1782, Pietro Manzoni, 46 anni e Giulia Beccaria, 20 anni, figlia di Cesare Beccaria, si sposano a Milano.
Il 7 marzo 1785 nasce, nella casa del conte Manzoni in via Visconti di Modrone 16, Alessandro. Oggi, è ormai certo che suo padre è Giovanni Verri, fratello del più famoso Pietro Verri.
Alessandro si forma in vari collegi (Padri Somaschi, prima a Merate e poi a Lugano), comincia a scrivere prestissimo anche in lingua francese. Vive con il padre qualche anno prima di proseguire i suoi studi a Venezia.
Giulia Beccaria lascia a Pietro Manzoni, già nel 1792, la tutela del figlio Alessandro. Lei si trasferisce prima a Londra poi a Parigi con Carlo Imbonati. Alessandro non incontrerà mai il Conte Imbonati, ma scriverà un’ode in memoria, l’anno della sua morte nel 1805 (15 marzo). Giulia Beccaria eredita l’intero patrimonio di Carlo Imbonati, compresa la villa di Cormano. A giugno 1805, Giulia Beccaria chiama a Parigi il figlio.
Alessandro ha vent’anni, non vede la madre da 13 anni. Da questo momento non si allontaneranno mai più. Nel 1807 muore Pietro Manzoni, che lascia il suo patrimonio a Alessandro.
Giulia Beccaria avrà modo di pianificare l’intera vita privata di Alessandro.
Il rito civile del matrimonio con Enrichetta Blondel viene celebrato nel 1808. Lui, 23 anni, lei 17. Si sposeranno con rito cattolico (lei protestante, lui non praticante), nel 1810. Avranno vari figli, e con varie vicende.
Giulia Beccaria vive con la famiglia e i suoi nipoti, di cui curerà la formazione.
A Milano, Manzoni avrà occasione di scrivere su eventi anche politici che vendono la città in trasformazione. Storia, teatro e poesia, questioni politiche e religiose si combinano in alcune opere di Manzoni, per esempio l’Adelchi e il Conte di Carmagnola.
Il primo incontro con Francesco Hayez (pittore nato a Venezia nel 1791, giunto a Milano prima come studente poi come professore a Brera) è in occasione della realizzazione di un’opera ispirata al Conte di Carmagnola nel 1821, anno in cui Manzoni incomincia anche la stesura di Fermo e Lucia e compone, in occasione della morte di Napoleone, l’inno Il 5 maggio. La storia della lingua italiana, la storia dei longobardi, i vari saggi sul cattolicesimo, sulla Rivoluzione francese e tutti i suoi scritti, man mano vengono terminati e pubblicati.
Il giorno di Natale del 1833, a 43 anni, muore Enrichetta dopo dieci figli (alla morte di Manzoni saranno ancora vivi solo due). Nel 1833, Manzoni ha 48 anni.

Il grande riscontro del romanzo i Promessi sposi suggerisce a Hayez una serie di opere tra cui il Ritratto dell’Innominato nel 1935. È dello stesso anno il primo ritratto ufficiale di Alessandro Manzoni, realizzato per il suo cinquantesimo compleanno, il cui permesso gli era stato letteralmente estorto da Massimo d’Azeglio, marito della sua prima figlia, Giulia (1808-1834). Il ritratto è firmato da Giuseppe Molteni e dallo stesso Massimo D’Ageglio, che si è occupato del paesaggio (di forte ispirazione tragico-romantica, con lo sfondo del lago di Como). Qui Manzoni tiene in mano una copia dell’edizione ventisettiana dei Promessi sposi). L’opera è esposta a Brera nella Sala Manzoniana).
A Milano sono anni di grande fervore politico. Sullo sfondo la Francia di Napoleone e l’Austria del generale Radetzky, I moti del 48 e le Cinque giornate.


Tommaso Grossi (1790-1853), poeta e scrittore amico di Carlo Porta e Alessandro Manzoni, autore de I lombardi alla prima crociata (base dell’opera di Giuseppe Verdi) e del romanzo biografico dedicato a Marco Visconti, nonché della Prineide, ospite in casa Manzoni in via Morone, intorno al 1836 presenta a Giulia Beccaria Teresa Borri, vedova Stampa, che viveva con il figlio Stefano nella villa di Lesa sul lago Maggiore. Alessandro Manzoni la sposa il 2 gennaio del 1837.

 

 

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Francesco Hayez, Teresa Borri Stampa,
con la madre, il fratello e il figlio Stefano
1822

 

 

 

 

Il ritratto


Teresa Borri Stampa, di anni 37, è colta e decisa. Dopo la morte del conte Stampa, si era dedicata esclusivamente all’educazione del figlio Stefano.
Il trasferimento a Milano sia nella casa di via Morone, sia a Brusuglio non sarà molto proficuo per la seconda moglie di Manzoni, il motivo è anzitutto Giulia Beccaria. Alessandro Manzoni non disdegnerà questa volta il trasferimento a Lesa, nella villa di Teresa, in compagnia del figlio Stefano.
Capitolo interessante Stefano Stampa e Alessandro Manzoni. La loro conversazione è aperta, Stefano trova in Manzoni un interlocutore. Egli dipinge, scrive, si interessa alle nuove invenzioni quali la fotografia, nella sua forma ancora primitiva. Sarà sempre vicino a Manzoni. Manzoni troverà in questo ragazzo, in modo differente da tutti i suoi figli, da sempre affidati alle cure della madre, un sostenitore per gli ultimi anni, un lettore delle sue opere, un raccoglitore delle sue carte.
Teresa Borri ritroverà in Manzoni il grande scrittore delle opere che già aveva letto.
La villa di Lesa sarà un’oasi di tranquillità.
Nella vicina Stresa, Manzoni, troverà Rosmini e altri intellettuali.

 

Francesco Hayez pittore di ottima formazione tecnica in epoca neoclassica, amico del Canova, interessato a motivi antichi, vicino alla letteratura, al teatro, alla musica del suo tempo, trova grande riscontro nella Milano dell’Ottocento di cui dipinge volti, situazioni, cronache, società, donne e uomini nelle loro differenti età, compreso se stesso in una serie di autoritratti che accompagnano quasi ciascun decennio della sua vita. Tra le sue opere, la più nota è il Bacio (1859) che, nelle sue tre versioni, celebra con i colori risorgimentali gli ideali di quell’epoca.
Nel 1841 è chiamato a Lesa per un ritratto a Manzoni.

 

Alessandro Manzoni non ama i ritratti, non ama stare in posa, non si riconosce in nessuna effige. Dice chiaramente di tenere ogni ritratto in famiglia e di non diffondere nulla che lo rappresenti.
Su un disegno inedito di Jean Baptiste Sambat (pittore inglese, autore del doppio ritratto con Enrichetta Blondel in occasione delle nozze) c’è una nota:

 

“Nel fare un ritratto somigliante, mi pare che un pittore debba spesso provar quel piacere che avrebbe chi dovesse trascrivere un manoscritto sparso di errori di ortografia, senza poterci fare le correzioni necessarie”.

 

Manzoni trascriveva manoscritti (per esempio molti del Ripamonti, o gli atti del processo a Gian Giacomo Morra e Guglielmo Piazza riportato nella sua Storia della Colonna infame). Nelle trascrizioni sfugge sempre qualcosa, si trovano lapsus, incongruenze, dettagli incomprensibili, talvolta mancanza di logica. L’etica del trascrittore impedisce di volgere la trascrizione a piacimento dello scrittore. Anche il pittore in qualche modo, dovendosi attenere alle sembianze del ritratto, dovrà rinunciare a una versione ideale.
Ma chi c’è nel ritratto? Quasi mai il ritrattato si riconosce. Ecco quanto scriveva la stessa Teresa Stampa quando commissionò a Hayez una tela che ritraesse la famiglia nel 1822, dopo la morte del primo marito (1820). Teresa Borri è al centro, in abiti scuri con la madre Marianna Meda, il fratello Giuseppe Borri e il figlioletto Stefano. C’era una lapide che ricordava il Conte, ma a proposito, Teresa non la volle.

 

“Del ritratto di Peppino ne sono poco soddisfatta. Sul mio non faccio parola … si accordano tutti nel dire che è perfettamente dipinto. In quanto a me dico solo che mi fece un gozzo rispettabilissimo, e che io ne ho uno discretamente visibile. Ma quello di Stefanino quant’è interessante, quanto gentile, vago e simile!”.

 

E Hayez:


“Un quadro corre rischio d’esser impasticciato, quando si vuole rinnovare qualcosa”.

 

Non lo riprese, infatti, e addirittura le restituì il compenso.

 

Dopo molti anni, Teresa Borri richiama Hayez, perché ritragga il secondo marito.
Stefano Stampa è allievo di Hayez all’Accademia di Brera.
Manzoni aveva già constatato la sua maestria, lo apprezzava come pittore e amico, ma non aveva nessuna intenzione di farsi ritrarre, scontento anche del risultato di Molteni e D’Azeglio, sei anni prima.

 

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Giuseppe Molteni (Milano 1800-1867)
Massimo D’Azeglio (Torino 1798-1866)
Alessandro Manzoni, 1835
Biblioteca Braidense Milano, Sala Manzoniana

 

 

 

 

Ciononostante, “in due sedute il ritratto di Manzoni è abbozzato, dipinto in dieci, rifinito in tre”.
Nessuno sfondo e nessun riferimento ai suoi libri.
Teresa Stampa lo vuole in atteggiamento rilassato, senza la sua biblioteca, in ambiente familiare, da solo senza la famiglia, in una stanza, senza nessun riferimento al lago del suo romanzo, senza il giardino della villa di Brusuglio, senza lo scenario del suo salotto, della sua camera, del suo contesto cittadino. Lo immagina senza la distrazione di nessuna cosa che non sia lui medesimo. In una posa da ritratto.
La tecnica dell’amico artista non lo rende legnoso, e Hayez si permette quasi un fugace scambio di sguardi per non rischiare di ritoccare la tela come di sicuro poteva capitargli se a Teresa non fosse piaciuto qualcosa.
Nessuna naturalezza e nessun tono dimesso. Nessun abbandono.
Qui Hayez coglie la solitudine e il distacco. Nessuna dimostrazione e nessuna aggiunta o sottrazione.
Su che cosa possiamo concentrarci? Il tratto è magistrale, vestiti, pieghe. Il disegno del volto e delle mani.
La sedia si vede appena, solo sui braccioli c’è il riflesso della luce, che poi si perde sul muro, senza che faccia ombra. Quella chiarità sul muro è indipendente dalla luce che rischiara lo scrittore.
Ha in mano, dicono, la sua famosa tabacchiera.

 

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Francesco Hayez, Ritratto Alessandro di Manzoni, 1841
Pinacoteca di Brera

 

 

 

Non emerge chiaramente il disegno della tabacchiera, ma certo Manzoni la tiene come un libro, un piccolo breviario di come anche una tabacchiera può entrare in un racconto. E la bontà di tale racconto emerge dal modo in cui lo scrittore scrive dell’atto di aprire e di chiudere una tabacchiera. Francesco Domenico Guerrazzi restituisce quel capitolo dei Promessi sposi dove il Manzoni accenna alla scatola di fra’ Cristoforo, divenuta ora tabacchiera.

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Francesco Hayez, Alessandro Manzoni, 1841, particolari della tabacchiera e del viso

 

 


Questa allusione al racconto, l’accennato, malizioso e accennato sorriso dello scrittore sono espedienti e trovate del pittore per rendere interessante il ritratto. Manzoni sfida, con il suo tacito sguardo, l’artista. Hayez raccoglie la sfida e la restituisce nella sua scrittura pittorica. Una legge non scritta, un risultato non programmato.
Per questo, forse, lo stesso Hayez si farà un ritratto più o meno alla stessa età del Manzoni (Autoritratto a 57 anni). Manzoni aveva compiuto 56 anni il 7 marzo del 41.

 

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Francesco Hayez (Venezia, 10 febbraio 1791-Milano 21 dicembre 1882), Autoritratto a 57 anni

 

Stefano Stampa (Milano 1819-Erba 1907)

 

 

 

 

Stefano Stampa curerà per sempre l’opera del suo patrigno. Anche lui discreto pittore e fotografo antesignano, farà alcuni ritratti di don Lisander.

 

“Manzoni non rifiutò mai di lasciarsi ritrarre quando il ritratto era richiesto o destinato a qualcuno dei suoi parenti o amici. Si rifiutava altresì a lasciarselo fare per il pubblico o per gli sconosciuti [...]. Mentre non rifiutava di lasciarsi ritrarre per gli amici e i parenti, esigeva da loro che i suoi ritratti non fossero né riprodotti né pubblicati, e nemmeno esposti al pubblico”.

 

Teresa Stampa è soddisfatta di quest’opera e del suo completamento. Scriverà, in occasione della scelta della cornice, il 21 ottobre 1841:

 

“Ieri il ritratto è andato sulla cornice, ed è un portento di somiglianza. Tutti, donne e servitori, Pietro, Enrico, Sogni, dicono che l’Hayez ha stampato la faccia di Alessandro sul quadro. L’è dicono tutti, un portento di arte”.

 

Vuole anche lei un ritratto: questa volta da sola. Stessa posa, stessa sedia, stessi colori, l'oggetto che tiene nella stessa mano sinistra è una bottiglietta di profumo. Stesse misure del ritratto di Manzoni. Hayez lo completerà tra il 1847 e il 1949.

 

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Teresa Borri vedova Stampa
(Brivio, Lecco, 1799- Milano 1861) ritratta da Hayez nel 1847-48

Francesco Hayez, Alessandro Manzoni, 1841
Pinacoteca di Brera

 

 

 

Il ritratto di Hayez del 1841 acquisterà molta fama. Così il ritratto di Molteni-D’Azeglio con il suo sfondo istoriato. Entrambi presenteranno il Manzoni nel suo tempo e nella sua scrittura.

L’opera venne conclusa esattamente il 26 giugno del 1841.
Nella notte del 7-8 luglio, Giulia Beccaria morì nella villa di Brusuglio, quella avuta in eredità dal Conte Carlo Imbonati.
Francesco Hayez del ritratto di Manzoni del 1841 farà, come spesso ha fatto con altri ritratti, una replica quasi identica nel 1874, postuma al Manzoni, che era morto nel 1873. Questo secondo ritratto fu destinato da Stefano Stampa all’Accademia di Brera. Dal 1879, a Brera viene esposta l’opera del ‘41. Accanto c’è il ritratto di Teresa Borri Stampa Manzoni. Il Manzoni del 1874 oggi ha sede nella Galleria d’arte moderna di Milano.
Anche Carlo Gerosa, nel 1876 riprenderà proprio l’Hayez del ‘41, su indicazione di Stefano Stampa. L’opera fu destinata all’Istituto Lombardo Accademia di scienze e lettere di Milano, di cui Manzoni era stato presidente nel 1859.
Varie le incisioni, tra cui quella Luigi Ceroni (alle Civiche raccolte Bertarelli) e le stampe.


Milano, 18 luglio 2016
© Riproduzione riservata - Fabiola Giancotti
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