Il foglio di cifrematica Milano

  • Grigorij Zejtlin, <i>Amici</i>, 1947, particolare
  • Grigorij Zejtlin, <i>Natura morta<i/>, 1975, particolare

 

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La natura. La tavola di Virgilio e di Cézanne


una nota di Fabiola Giancotti

 

 

 

 



“Una tovaglia bianca come uno strato di neve caduta di fresco e sulla quale si elevavano simmetricamente le posate coronate di panini biondi”(Honoré de Balzac, La pelle di zigrino, 1831).

 

“Per tutta la mia giovinezza, ho voluto dipingere questo, quella tovaglia di neve fresca... Ormai so che bisogna limitarsi a voler dipingere il ‘s’elevavano simmetricamente le posate’, e il ‘di panini biondi’. Se dipingo ‘coronate’, sono fregato, capite? E se davvero equilibro e sfumo le posate e i panini come dal vero, siate sicuri che ci saranno le corone, la neve e un sacco di altre cose”, Paul Cézanne.

 

Quasi un gioco di prestigio quella tovaglia, come neve, sul tavolo quasi per coprire una piccola montagnetta di neve. Nessun riferimento all’opera di Balzac, se non come l’unica cosa che vorrebbe dipingere: quella “coronatura” oltre la simmetria, oltre la rappresentazione, oltre alla tovaglia bianca come strato di neve caduta di fresco. La tovaglia come neve: in nessuna opera di Cézanne la tovaglia è come la vuole Balzac. La tovaglia come strato di neve caduta di fresco. La neve rende tutto uniforme? Cade sulla superficie?. Quale superficie piana nelle tovaglie di Cézanne?
La tovaglia di Balzac non è quella di Cézanne. La citazione, ironica e con tono di sfida, lascia dire a Cézanne che quell’unica parola astratta del romanzo di Balzac potrebbe divenire ben altro nell’opera di Cézanne. E così accade. La coronatura di Cézanne è la sua scrittura, dove nulla è realistico e dove nessuna cosa ne rappresenta un’altra. Il contesto di questa coronatura, che è ciò che non si vede, è la sua materia, lo restituisce non restando fedele a nessuna apparenza prospettica, cromatica, cronologica, dimensionale.

 

La natura. Qui non è morta. Non è inanimata. Quella che è chiamata natura morta dai pittori è una composizione di oggetti poggiati su un tavolo: fiori, vasi, frutta. E quanto più possa sembrare naturale la composizione, tanto più risulta straniante, inanimata, legnosa. La natura, quella di Lucrezio, quella di Virgilio, passa attraverso la loro scrittura in altra maniera.

 

Lucrezio: Da dove vengono e dove vanno le cose. De rerum natura. Libro I

 

Sappi che nulla per divin volere
può dal nulla crearsi: onde, il timore
che quindi il cor d’ogni mortale ingombra,
vano è del tutto: e, se tu vedi ognora
formarsi molte cose in terra e ‘n cielo
né d’esse intendi le cagioni, e pensi
per ciò che Dio le faccia, erri e deliri.
Sia dunque mio principio il dimostrarti
che nulla mai si può crear dal nulla:
quindi assai meglio intenderemo il resto,
e come possa generarsi il tutto
senz’opra degli dèi. Or, se dal nulla
si creasser le cose, esse di seme
non avrian d’uopo; e si vedrian produrre
uomini ed animai nel sen dell’acque,
nel grembo della terra uccelli e pesci.
e nel vano dell’aria armenti e greggi:
pe’ luoghi culti e per gl’inculti il parto
d’ogni fera selvaggia incerto fôra;
né sempre ne darian gl’istessi frutti
gli alberi, ma diversi, anzi ciascuno
d’ogni specie a produrgli atto sarebbe
poiché come potrian da certa madre
nascer le cose, ove assegnati i propri
semi non fosser da natura a tutte
?

 

Virgilio lettore di Lucrezio e Cézanne lettore di Virgilio. Cézanne addirittura si proverà nella traduzione delle Bucoliche, la seconda egloga in particolare. Quella dove germogliano gli alberi, i campi, le erbe:

 

“Cantate, dal momento che ci siamo seduti sulla soffice erba, ed ora ogni campo, ora ogni albero germoglia; ora le selve si coprono di fronde, ora è la stagione più bella”.

 

e dove si accenna ai doni che vengono direttamente da Venere

 

“Ho mandato al ragazzo dieci mele dorate colte da un albero selvatico; domani gliene manderò altrettante”.

 

 

 

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Mentre nelle Georgiche Virgilio suggerisce a Cézanne:

 

La natura, lo sai, usa modi diversi
per riprodurre gli alberi.
Alcuni crescono spontaneamente
senza che l’uomo se ne occupi
e invadono sino al possibile
la pianura e le anse dei fiumi,
come il delicato vétrice,
le ginestre flessibili, il pioppo
e i salici che sbiancano tra foglie verdemare;
e parte nasce da semi caduti,
come gli alti castagni, il rovere gigantesco
che in onore di Giove si copre di foglie,
e le querce che i Greci vogliono profetiche.
Ad altri pullula dalle radici
una propaggine fittissima,
come ai ciliegi e agli olmi;
anche l’alloro del Parnaso
da giovane si annida
sotto l’ombra accogliente della madre.
Questi i mezzi che fornì la natura:
ogni specie di pianta, di arbusto e di albero sacro cresce così.

 

Cézanne: nessuna imitazione della natura. Leonardo la chiama similitudine di vita, ove nella pittura, nell’opera, entri l’esperienza, la narrazione, il racconto, e la restituzione.
Lucrezio: da dove vengono le cose e dove vanno. Virgilio: ho mandato al ragazzo dieci mele dorate, colte da un albero selvatico. Lucrezio: il nulla, ciò di cui si tratta. Nulla si crea e nulla si distrugge. La natura: da dove vengono e dove vanno le cose. Non come nascono e come muoiono. Virgilio: la natura, la differenza, la varietà. Ciascuna cosa è differente e varia. Nessun naturalismo che ne possa stabilire il sistema, ossia la mela uguale a un’altra mela. La mela che è una mela. Cézanne: “Lo studio reale e prodigioso da intraprendere è la varietà del quadro della natura”. “La letteratura si esprime con astrazioni mentre il pittore concretizza con il disegno e il colore, le proprie sensazioni, le proprie percezioni”.

Una logica delle sensazioni è appena abbozzata da Cézanne. Né la sensazione né la percezione possono rientrare in una teoria dell’arte applicata: qui la novità di Cézanne, qui tutto quanto sembra sfuggirgli ciascuna volta che comincia a lavorare a un’opera.
Le sue nature morte, che mai chiamerà nature morte, preferirà comunque le mele perché più lente nella maturazione, hanno una lunga elaborazione.
Da dove vengono le cose e dove vanno le cose. Se in natura nulla si crea e si distrugge, non c’è una linea che possa delimitarne l’inizio o la fine. Il commentario delle nature di Cézanne stabilisce l’applicazione rigida delle linee orizzontali e verticali.

 

 

 

 

 

 

 

Nessuna linea d’orizzonte. Nessuna linea. Né orizzontale né verticale. Lo svolgimento si muove lungo la diagonale. Lungo le diagonali. Più di una. Il piano non è uno, la superficie non è una. E non ci sono né primi piani né secondi piani di figurazione, di appoggio, di esposizione. Se la diagonale diviene linea obliqua tende al basso, e il peso della rappresentazione genera lo scivolamento. Se tende verso l’alto ecco dunque quella profondità che la rende prospettica e misurabile. La diagonale è una figura della superficie e dunque nessuna profondità della superficie, se non per renderla piatta. L’inclinazione, il movimento, la piega, ma non la profondità.
“Pittore per inclinazione”, si firma a un certo punto Cézanne.
Tra l’impressione della luce prima che rientri negli ismi dell’ideologia impressionista e l’impossibile geometrizzazione di chi anche il cubismo ha reso algebrico.
Il colore, la forma, la combinazione.

 

 

 

 

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Tavolo da cucina

 

Una diagonale e vari strati che non contemplano nessuna prospettiva.
Nessun punto di vista. Il punto di vista non si moltiplica come vogliono i critici.
Ah, i critici...


L’approvazione degli altri è uno stimolo di cui qualche volta sarebbe meglio diffidare. Il sentimento della propria forza rende modesti 23.1.1904

 

Le istituzioni, le pensioni, gli onori, sono fatti solo per i cretini, i buffoni e i disonesti. Non fate il critico d’arte, Fate della pittura (a E. Bernard 12.7.04).

 

Devo lavorare costantemente, non già per arrivare al finito, che attira l ammirazione degli imbecilli.

 

I critici non leggono, provano a sistematizzare l’opera, vogliono il finito, il comprensibile, il mercato, la diffusione. Cézanne non si lascia intervistare, avvicinare. Non è amico di nessuno. Lo era di Zola, ma il suo modo di renderlo protagonista della sua Opera, lo delude e lo allontana definitivamente dal concetto di amicizia, dopo circa quarant’anni. Così come già prima aveva abbandonato quello di famiglia. Salvo una corrispondenza con l’unico figlio, dopo la morte del padre, cappellaio e banchiere, e la rottura con Zola.
Tuttavia, quando il pittore Charles Camoin, un nuovo corrispondente, gli chiede qualcosa sulla sua pittura, Cézanne risponde:

 

“Quando ci vedremo vi parlerò di pittura più sensatamente di chiunque. Non ho niente da nascondere in arte”.

 

Nessun segreto e nessun nascondimento quando si tratta della superficie.
Chi vede nelle nature “morte” di Cézanne una confusione di punti di vista, molteplici ma non infiniti, chi non si ritrova nella perfetta percezione dello spazio, chi vede le cose scivolare e cadere in una prospettiva assente, chi crede di poterle toccare, in una teoria del contatto che le avvicina e le rende familiari, chi pur non constatando la prospettiva, la ritiene addirittura doppia, non restituisce nulla. Ritenendo la neve soggetta a mille sfumature. Così come la pittura di Cézanne inevitabilmente “trattata secondo il cilindro la sfera e il cono”, che da un ragionamento diventa regola, sistema, cristallizzazione. Nessuna cosa è sempre solo un perfetto triangolo, cilindro o sfera. Quelle forme riconoscibili come tali — le bottiglie, i piatti, le scodelle, le pere, le mele, il tavolo sono dipinte seguendo un asse inclinato, mai né perpendicolare né orizzontale. L’impressione è che siano esposte al visitatore, che vogliano raccontare qualcosa. Che il pittore voglia comunicare la sua trovata, finalmente. E l’interlocutore sia lì e accolga questo racconto.

 

 

 

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Le nature morte con tende

 

Le tende quasi sempre richiamano i motivi dell’albero. Hanno tante foglie, sembra l’estate, quasi tempo della raccolta, i colori del sole e della terra, poi le brocche i bicchieri, i piatti, di porcellana bianca come la neve della tovaglia, su cui poggiano i frutti della stagione passata e di quella che verrà. L’intero svolgimento di un anno nella natura. Le stagioni: tutte in una volta. La raccolta, la tavola imbandita, la conservazione, tutto in un quadro. Senza altra prospettiva. E con infinite varianti di lettura.
La natura artificiale, senza nulla di naturale. Così che ciascun elemento è protagonista della sua superficie. Talvolta, dove può sembrare non chiaro, il piatto si mostra come su un tavolo del mercato.
Nessun paesaggio quindi. Non quello naturale. “Mai nessuno ha dipinto il paesaggio” afferma Cézanne. Tanto che il paesaggio è restituito in questo modo: con una bella e unica narrazione.
“Tutto è, in arte specialmente, teoria sviluppata e applicata a contatto con la natura”. È chiaro però che “Il dubbio — tanto sfruttato dai filosofi che hanno voluto spiegare Cézanne, non ultimo Merleau-Ponty — di apparire inferiore a quanto ci si attende da una persona che si presume all’altezza di ogni situazione, è senza dubbio la scusa che mi fa vivere in disparte.
Il titolo dell’opera nell’arte riprende solo il genere, descrive i cosiddetti oggetti che vi compaiono, così che una brocca deve essere una brocca, un tavolo un tavolo, e così via. Cézanne:

 

“L’arte su rivolge a un numero straordinariamente limitato di persone. L’artista deve diffidare dell’opinione che non si fonda sull’osservazione intelligente del carattere. Deve dubitare della mentalità letteraria, che tanto spesso fa sì che il pittore si allontani dalla vera via — lo studio concreto della natura — per perdersi troppo in speculazioni astratte. Il Louvre è un buon libro da consultare, ma deve essere solo una mediazione. Lo studio reale e prodigioso da intraprendere è la varietà del quadro della natura” (12.5.1904).

 

 

 

 

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Le mele

 

“Ho mandato al ragazzo dieci mele dorate colte da un albero selvatico; domani gliene manderò altrettante”.

 

Si dice che l’amicizia con Emile Zola, ai tempi del liceo, sia incominciata con la traduzione e la lettura di questo verso delle seconda egloga di Virgilio: Cézanne regala a Zola delle mele. E l’amicizia prosegue incessante per anni, fino alla pubblicazione di quel libro di Zola dove racconta la storia di un pittore inquieto, il quale in dubbio sul suo talento, si suicida. Certo che si parlasse di lui, Cézanne non si riconosce in tale ritratto, ritiene che Zola lo consideri tale e abbandona adirato l’amicizia. Non la riprenderà mai più. Tuttavia, sarà con le mele che Cézanne “conquisterà Parigi così come Paride (Paris) aveva conquistato Elena”. Le mele, o la mela, da sempre soggetto storico, mitologico e religioso entreranno nell’arte e nella letteratura da sempre. A Cézanne non interessa dipingerle, anche se ne farà infinite versioni, di bellezza straordinaria.
Woody Allen, in Manhattan le citerà come una delle sette cose per cui vale la pena di vivere.
Louis Le Bail, un artista che assistette alla preparazione di una delle composizioni, la racconta così:

“La tovaglia era sistemata sul tavolo con grande delicatezza, con gusto innato. Cézanne disponeva poi i frutti in modo che le tonalità contrastassero le une con le altre, che i colori complementari vibrassero, i verdi accanto ai rossi, i gialli accanto ai blu, inclinando, ruotando, equilibrando i frutti fino a trovare la posizione che voleva, usando allo scopo una o due monetine. Svolgeva questo compito con la massima cura e con grande cautela; si capiva che per lui era un piacere per gli occhi”.

 

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Cesto di mele, del 1895, la bottiglia come dicevamo, è inclinata, il cestello contenente le mele segue l’inclinazione in senso opposto, come il lato destro del tavolo, differente dal lato sinistro. E anche avanti e indietro. Nessuna regola prospettica, eppure l’impressione non è l’instabilità.
La tela dal titolo Le mele, del 1899-90, è stata venduta per 41 milioni di dollari (I giocatori di carte per 275). Nessuna linea retta. L’orizzonte, qui il lato del tavolo su cui poggiano le mele sovrapposte in un gruppo di quattro mele, in uno di cinque e due quasi fuori campo.
Queste opere tracceranno la strada da Picasso a Morandi, nel tentativo di restituire la materia.
La natura, il movimento, la percezione, la sensazione le rendono queste opere incommentabili. Si dice che Cézanne avesse bisogno di cento sedute di lavoro per completare una natura morta di questa portata.

 

Milano, 25 luglio 2016 ©Riproduzione riservata - Fabiola Giancotti - ilclubdimilano@gmail.com

 




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